La fondatrice di FREE GAZA
30-06-2010
Donne oppresse a Gaza, e
donne che sostengono i loro oppressori Di Anav Silverman
Per gran parte del mondo, la
69enne Greta Berlin, co-fondatrice e portavoce del Movimento Free Gaza (“Gaza
libera”), è una specie di eroe. Recentemente Greta Berlin si è guadagnata
l’attenzione internazionale per aver orchestrato la flottiglia diretta a
forzare il blocco anti-Hamas su Gaza, definendo Israele “uno stato terrorista”
nelle sue interviste e nei suoi articoli. Insieme ad altri membri del suo
movimento, per lo più donne californiane assai benestanti e in pensione, Greta
Berlin ha riversato in fiumi di retorica l’odio anti-israeliano, facendo
contemporaneamente attiva campagna per la “causa palestinese”. È quanto mai
paradossale che questi auto-proclamati campioni umanitari, con Greta Berlin
alla testa, abbiano scelto di schierarsi e di sostenere Hamas, l’organizzazione
terrorista islamista che punta a limitare drasticamente i diritti delle donne
di Gaza e a sradicare qualunque forma di liberalismo dalla striscia palestinese
sotto il suo controllo.
Da quando ha preso il potere, Hamas ha instaurato nella vita pubblica della
striscia di Gaza duri provvedimenti religiosi in linea con la legge islamica.
La scorsa estate, il massimo giudice di Gaza ha ordinato agli avvocati donna di
indossare sul capo il velo islamico per garantire che anche queste donne
fossero vestite in perfetta conformità ai dettami del diritto islamico, che
esige che in pubblico ogni donna sia a capo coperto e indossi abiti lunghi e
abbondanti tali da lasciar vedere solo volto e mani. Il Centro Palestinese per
i Diritti Umani, con sede a Gaza, ha diffuso un comunicato in cui qualifica il
nuovo codice d’abbigliamento imposto alle avvocate come “una pericolosa violazione
della libertà personale e dei diritti delle donne”.
Da quando Hamas ha preso il potere, squadre di “poliziotti della virtù”
pattugliano le spiagge di Gaza per garantire che donne e uomini siano
appropriatamente coperti, ammonendo e persino arrestando le donne che osano
bagnarsi non totalmente coperte. Un crescente numero di scuole pubbliche impone
alle allieve velo e mantello come uniforme, rispedendo a casa le ragazze che
osano presentarsi in jeans.
Dai concerti musicali ai negozi di parrucchiere, Hamas sta imprimendo la sua
interpretazione del diritto islamico su ogni possibile aspetto della vita
quotidiana. Nel marzo 2010, Hamas ha vietato agli uomini di lavorare negli
negozi di parrucchiere e negli istituti di bellezza per donne, che sono stati
anche bersaglio di esplosioni e altri attentati sin da quando Hamas ha assunto
il controllo, tre anni fa. Hamas ha avvertito che chiunque violerà la nuova
legge su questi esercizi commerciali verrà arrestato e processato.
In aprile, Hamas ha mandato la sua polizia a interrompere il primo importante
concerto hip-hop a Gaza. Un poliziotto di Hamas ha dichiarato che quei ritmi di
ballo sono “immorali”. Hamas vieta a uomini e donne di ballare pubblicamente
insieme, e si sa di militanti di Hamas armati di kalashnikov che hanno fatto
irruzione in luoghi di ballo, facendoli chiudere.
Sotto il regime di Hamas sono cresciuti ad un ritmo allarmante i gruppi di
estremisti islamisti salafiti legati ad al-Qaeda e ideologicamente più
intransigenti della stessa Hamas. Lo scorso maggio (e di nuovo nei giorni
scorsi) uomini col volto coperto hanno assaltato e devastato dei campi estivi
per bambini palestinesi gestiti dall’Onu dopo che i fondamentalisti musulmani
avevano accusato l’agenzia Unrwa di “inculcare alle allieve fitness, ballo e
immoralità”. Sono i gruppi salafiti che hanno anche preso di mira gli
internet-caffè, che hanno dato fuoco a istituzioni legate ai cristiani e che
hanno attaccato scuole straniere e feste di matrimonio.
In effetti, se questo è il genere di “Gaza libera” che hanno in mente Greta
Berlin e le sue colleghe “liberal” californiane, c’è da domandarsi quali siano
i veri scopi a cui punta il Movimento che si fa chiamare “Free Gaza”.
Come ha detto a BBC News la 21enne Jihad Rostom nel marzo 2010, “Hamas vuole
imporsi alla gente; vogliono che la gente si sottometta e questa è la loro
copertura: hanno distrutto la reputazione dell’islam dicendo che lo fanno
perché è la religione”. Un’altra abitante di Gaza, Lama Hourani, impegnata per
i diritti delle donne lavoratrici del posto, ha detto alla BBC che, secondo il
modo in cui Hamas presenta l’islam, “le libertà di una donna sono sempre
subordinate al benestare di un parente maschio: non considerano donne e uomini
come eguali”.
È dunque inevitabile chiedersi quale logica e quali obiettivi stiano dietro
alle campagne mediatiche di Greta Berlin: si batte veramente per il bene delle
donne e dei bambini di Gaza, o piuttosto li usa come pretesto per dare libero
sfogo al suo odio contro l’esistenza di uno stato ebraico? Greta Berlin non ha
detto una parola sul trattamento delle donne palestinesi sotto il regime
imposto da Hamas a Gaza. Non esiste alcuna libertà di espressione politica né
alcuna eguaglianza di genere sotto l’estremismo islamista di Hamas e dei gruppi
estremisti salafiti che vogliono controllare Gaza. Le libertà politiche di cui Greta Berlin gode vivendo negli Stati Uniti
come donna americana, e le libertà politiche di cui godono le donne che vivono
in Israele – ebree, cristiane e musulmane – sono praticamente inesistenti per
le donne di Gaza e in molti altri paesi musulmani. Questa, a Gaza, è una
realtà di fatto che non ha nulla a che vedere con Israele e ha molto a che
vedere, invece, con l’interpretazione e l’applicazione della sharia ad opera di
Hamas.
È una vergogna che donne di mentalità occidentale e liberale non facciano nulla
per sostenere i diritti delle donne musulmane nei paesi dove le libertà
politiche sono riservate soltanto agli uomini che sostengono i gruppi al
potere.
(Da: YnetNews, 29.6.10)
GRETA BERLIN: UN COGNOME, UNA
MISSIONE
Non a caso si chiama BERLIN,
perché i tedeschi che hanno ucciso 11 milioni di donne, bambini e uomini, di
cui 6 milioni di ebrei, hanno la degna continuatrice di quell’odio anti-semita.
Vive in California e si nutre
dell’odio razzista, per sostenere tutti quelli che interpretano oggi il ruolo
di uccisori di ebrei nel mondo.
A lei è dovuta la campagna
denigratoria contro Israele, in occasione della tentata forzatura del blocco
navale da parte di 5 navi falsamente “pacifiste”. La scomoda verità che è
risultata è che su una nave, quella dove sono avvenuti gli scontri, in un
container, sono stati rinvenuti, nascosti sotto sacchi di zucchero
UNICEF,decine di missili qassan, centinaia di mitra, centinaia di bazooka, e
una quantità enorme di munizioni e bombe a mano.
Se la nave fosse passata,